Luglio 2, 2009

Cosa credevate?

Sul serio, davvero, pensavate che poi uno spariva e niente, chi si è visto si è visto e il resto in cassa? Forse, persino posso ritenere plausibile che….insomma, ci fosse nella testa quel tanto di sparizione che ci stava anche bene Ma…ma sarebbe stata una storia fermata….una storia che uno prende il fermo immagine e si ritrova lì…dove si era lasciata…con gli stesso fottuti “non lo so” e senza la vera forza. La forza di non sapere. Quel dolore che ci prende a non capire sul serio, che è male e invidia di chi non chiedendosi sa e non di chi non ha paura delle eventuali risposte. Sono qui, vorrei dire all’asfalto di questi giorni. E poi? non traballano poltrone, nessuno si interessa, è silenzio e solitudine. Come fosse facile. Come non avesse niente a chè vedere con. Siamo grandi pastrocchioni e non abbiamo neppure la faccia se non tosta almeno sincera di dire “Si!” Come se avessimo bisogno di un Capro Espiatorio anche per occupare un pezzo di Paradiso. A nessuno viene in mente che basterebbe sedersi e aspettare. Tutto, alla fine, passerà da queste parti.

17 again Ritorno al liceo

Ottobre 13, 2008

Danimarca….mi ricorderò, sì mi ricorderò….

Il ricordo è un modo d’incontrarsi.
Kahlil Gibran

Se oggi, passeggiando lungo i laghi di questa città, una ragazza o un uomo o una anziana signora con un fermaglio verde tra i capelli mi chiedessero “Vivi a Copenaghen?” Risponderei, alla ragazza o all’uomo o all’anziana signora con un fermaglio verde tra i capelli, “Una volta ci vivevo. Ora sto andando via.”  Loro mi guarderebbero. La ragazza con occhi educati e annoiati, l’uomo con occhi arricciati e curiosi, l’anziana signora con occhi indagatori e consapevoli. Tutti mi chiederebbero ” Cosa ricorderai di Copenhagen?” E io all’inizio avrei paura di non ricordare nulla. Poi invece mi verrebbero in mente un paio di cose.

“Ricorderò” direi alla ragazza, all’uomo, all’anziana ” rircorderò il colore della città . Grigia come il dispetto di matita di un bambino annoiato mentre fuori piove ma anche azzurra come immagino il cielo delle giornate serene.

Ricorderò il passo svelto delle bici per le strade, la loro corsa che a volte quasi spaventa, le loro forme insolite ma mai guardate con sospetto. Quelle colorate, quelle nere, quelle che camuffano il loro vecchio aspetto, quelle adottate per mano sconosciute, quelle che portano bambini, mobili, animali, turisti curiosi, voliere, frutta, chili di riso, strumenti musicali, reti da pesca, scarpiere, barbecue.

Ricorderò le misure sballate delle case, il bagni per le persone che lo sanno “vedere,” le cucine di legno che prendono di muffa, le scale strette da non poter ingrassare, i giardini che accolgono le risa ma solo di venerdì sera, le lavanderie in comune con il profumo di ammorbidente che esce dagli sfiatatoi e il vapore che accoglie il visitatore.

Ricorderò la gente che cammina a testa bassa, che guarda spesso i proprio piedi e raramente il prossimo in faccia. La gente che fa gruppo, i vestiti per lo più stirati e quella faccia di moderato interesse a tutto. Il biondo che regna, le gambe magre e lunghe, gli occhi tondi, la piega del capello che si adagia sulla schiena, il colore delle galosce che vince la pioggia ma che spesso appare anche con il sole.

Ricorderò gli angoli che ho amato della città. Gli angoli dei laghi, con l’animaletto buffo fuori tempo, fuori misura, fuori da ogni concetto di grazia.La piazza dove la prima volta ho pensato “Copenhagen”, il ponte da cui ho guardato almeno centoeunavolta la città, la panchina da dove tornando di sera dividevo la pizza con le papere e gli chiedevo se per loro era tanto folle che fossi lì. Mi rispondevano che se c’erano loro, perchè non io.

Ricorderò camminare per strada a sentire la strada, le birre che accompagnavano le serate, la pasta che non manca mai, le gite un pò folli. Ricorderò la volta che era una birra di troppo e tutto era diventato scuro, la volta che ho fatto una torta perfetta, quella che ho mangiato le more così com’erano e l’altra che ho corso dietro a qualcuno, per questa voglia di vita che abbiamo un pò tutti. Ricorderò i giorni passati a salutare chi andava via prima di me, ogni volta pensando che ero stata fortunata a incontrare tutte quelle facce buone e il piacere di godere delle facce che restavano. La scoperta della parola amico lontana da casa, che suona dolce uguale e a volte più calda,  che lontano fa più freddo.

Ricorderò qualche bacio mal riuscito, qualcuno buono, uno davvero bacio. Ricorderò i broccoli, i ceci,  i peperoni, le patate perchè non ho mangiato molto altro, le melanzane, le zucchine, la mozzarella giusta perchè non ne ho mangiate abbastanza. Ricorderò tutte le volte che avrei voluto sparire, che mi sono arrabbiata, che mi sono sentita sola e quelle che mi sono sentita fortunata per non essere in un posto diverso, non troppe a dire il vero.  Ricorderò i sorrisi che  pure ho messo da parte e le coincidenze bizzarre che mi hanno cambiato di posto. I giorni a lavorare di lavori non miei eppure non sempre tanto male, le volte che non avevo parole e bestemmiavo non aver mai studiato lingue ( questo lo faccio ancora) e le volte che ero felice per conversazioni ben riuscite in lingue non mie ( è capitato persino questo).

Ricorderò che è una città dove sono finita per caso, sono rimasta per curiosità e sono andata via per avventura. Ricorderò la tristezza di quella Sirena che tutti dicono piccola ma che soffri da grande e ancora soffre. I Polser che non mangerò mai ma che tante volte ho insistito perchè li mangiassero i visitatori, “che non sei stato a Copenaghen se non te ne fai fuori uno! “. Ricorderò la prima bicicletta rubata in vita mia, quelle che mi hanno rubate, la prima catena riparata, le mani sporche di grasso, i guanti trovati per strada. Sentire che ogni giorno serve di più se è un giorno che provi a fare le cose a modo davvero tuo e se ti vuoi bene anche quando sembra che nessuno te ne voglia. Ricorderò le finestre da cui nessuno guarda e da cui io guardavo. Ricorderò i miei girasoli, bellissimi. Nati una settimana prima che li abbandonassi e morti solo dopo che li avessi potuti salutare. I sette gatti visti in un anno di vita danese. Quelli li ricorderò per colore, giorno, grandezza e dialoghi intercorsi. E le persone, quelle le ricorderò spesso. Qualcuna la dimenticherò dopo poco, qualcuna dopo molto, qualcuna mai. Portandone via un pezzo o lasciandoli tutti dove sono, mi ricorderanno il sapore che aveva vivere in Danimarca, quando non sarà più la Danimarca il posto dove vivrò. In fondo è normale, sono sempre le persone che rendono un posto splendido o terribile o solo un posto.”

“Tutto qui?” mi direbbero allora la ragazza, l’uomo o l’anziana signora con il fermaglio verde.

Io riderei allora. Perchè avrei dimenticato di dire che porto via questo senso di mediocre mite entusiasmo che aleggia per le strade.

“No, certamente. Amo molto la vostra città. Ricorderò tutto.”

“Sarà!” Direbbero allora educatamente ” Che poi” aggiungerebbero ” che ci viene a fare un italiano in danimarca, non si è mai capito. Con questo tempo!”

Quindi, se oggi passeggiando lungo i laghi di questa città, una ragazza o un uomo o una anziana signora con un fermaglio verde tra i capelli mi chiedessero cosa mi ricorderò di questa città, ecco, penso che correrei lontano. Fino ad una città tutta nuova, che ancora non so. Proprio come sto facendo.

Ciao Copenaghen, lo so che fingi indifferenza ma dentro soffri. Tranquilla, che poi magari torno……magari….

Ottobre 5, 2008

Il colore rosa esiste

“Un poco de ingenuidad nunca se aparta de mi. Y es ella la que me protege” (A.P.)

Penso spesso che sarebbe meglio fabbricare una lunga lunga miccia e far esplodere questa fetecchia di mondo che viviamo. Poi ci ripenso sempre. Prima perchè non tutti c’entrano, dopo perchè ci sono cose che in mezzo alla feccia sono altro. Quindi alla fine la miccia non la fabbrico.

Rifletto, almeno due volte a settimana, di più se mi punzecchiano le amiche, sull’impossibilità di essere davvero amati e di come perchè questo accada si dovrebbe essere completamente liberi di scegliere chi ci ama. A come sia tutta una invenzione illusoria  questa cosa dell’amore.  Poi sento di avere nella memoria , forse in quella che deve ancora venire, la sensazione esatta di cosa significhi. E ci credo un altro pò.

Capita che la notte sia di brutti sogni e mi risveglio con il solo desiderio di dormire ancora, di non aprire la porta di casa, di starmene al riparo delle mie piume. Poi un colore del cielo, una nota esatta, un oggetto che brilla nell’asfalto, gli occhi di una creatura che ti guardano curiosi mi spinge a restare per strada e a non  voler dormire affatto.

Dico merda e scopro un profumo. Urlo rabbia e raccolgo un sorriso. Finisce che vince sempre lei.

E a chi mi dice che non è un pregio parlare a una pianta o perdonare certi difetti per una battuta per riuscita, rispondo solo che mi dispiace. Per lui.

Ottobre 1, 2008

L@criMuzze

“Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perchè più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.” (The Big Kahuna)

Adesso, mentre guardo  uno studido video, sento che il calore sale da dentro e prima che io capisca, sto piangendo. Non sono triste, non lo sono affatto, non ho una brutta malattia, non ce l’hanno le persone che amo, eppure piango. Le lacrime scendono giù e io capisco che non poteva essere diversamente, che piangere adesso, dopo aver visto uno stupido video è semplice e giusto. Mi scende via un poco di tutto quel marasma che spingo sotto la lingua in questi giorni, la nostalgia, il rammarico di non essere meglio, la mancanza di quelle facce che fanno casa e che ora vorrei avere tutte intorno ad un tavolo. Piango che fuori il vento è gelido e il tepore è rimasto nascosto nelle pieghe del letto. Piango un pezzo di vita che ho dato per averne una nuova. E le amavo entrambe.


Settembre 25, 2008

Dracula non era danese. La Babele del sangue mi fa paura.

A me era venuto di fare finalmente la buona azione che aspettavo da anni. Quella che da quando ero piccola….tutto, ma questo no!!! Quella che “Paura!! Nooooo!” e che non c’era verso. Solo che ora sono grande, non ho più paura di tante cose e di tante ne ho ancora ma so fare finta che non sia così.  Quindi, ero pronta alla grande azione. Avrei donato il sangue. E non ci sarebbero stati santi. Invece è bastato un semplice impiegato a far crollare il mio buon proposito. Altro che santi.  Così andarono i fatti. Trovato il posto giusto mi sono informata sulla trafila da seguire via internet. Dopo aver espletato le prime necessità del caso compilando moduli, andando un poco a caso trattandosi di roba in danese, dopo aver preso fiato e risposto ” sì ” a tutte le domande, ecco che arriva la mail della svolta ” Thank you for your mail. I’m sorry, but if you don’t understand danish then you can’t donate blood ” ipse dixit. Io ho letto due volte, alla terza è diventato tutto reale. Il mio sangue non serve in Danimarca se non parla danese. Ne convengo. Immagino che se all’interno dell’apparato circolatorio di un danese, una  vittima d’incidente o in difficoltà sotto i ferri, si trovassero fianco a fianco un povero sangue illetterato e uno che parla un fluente danese, si potrebbe verificare una vera e propria diatriba, una specie di rivolta sociale. La Babele del sangue renderebbe vano l’aiuto. Solo che potevo sempre aiutare, in caso di necessità, degli analfadanesi come me. Io non mi offendevo. Mi viene in mente chi cantava che siamo tutti Libri di Sangue. Forse non sapeva che seppure dovessimo esserlo, saremmo messi tutti in scaffali ben separati. Io da due giorni guardo la gente per strada con vago timore.

Settembre 21, 2008

Mi ritrovo che per caso è domenica

Non mi manca niente.

Non ho niente.

(Tarm)

Sono riuscita a non fare nulla tutto il giorno. A vedere che passava il sole e veniva il freddo senza cambiare di espressione. Al risveglio ho guardato l’orologio. Era passata metà della giornata solo mentre io dormivo. Un vago torpore e un sorriso scemo, che non è mio, che sulla faccia c’è finito per caso. Oggi è un giorno che è domenica e io sono a fare i conti con questo senso di meraviglia e fastidio che ho del mondo, come però una consuetudine, non più una sorpresa. Le facce mi piacciono, quelle che ho visto in questi giorni, cariche di storie e con un buon profumo. Mi piacciono le mani che sanno aprirsi per regalare qualcosa e solo per regalare qualcosa si aprono, non per chiedere in cambio. Non ho un vestito che non abbia un buco di una qualche natura eppure ancora non riesco a vergognarmene. Ancora parlo con le piante e ci sono dei momenti che mi sento ricca per la bellezza del volto degli altri. La pigrizia dei discorsi mi avvolge a fine serata, intorno ad un tavolo ognuno mangia la sua pizza morbidamente, senza bisogno di dire qualcosa. Poi la vitalità esplode nella variopinta arte del piccolo gossip sull’altrui pelle. Un modo come un altro per ritrovarsi insieme e per dimenticare che magari la vita propria è meno attraente e nulla di grandioso vi succede. O così sembra. Che belle che sono le ragazze e quanto grandi sono spesso le ombre che proiettano sui muri alle loro spalle. Mi accoccolo a qualche pensiero doloroso prima del sonno. In fondo, solo penso troppo, mangio troppo, bevo troppo. E domani è di nuovo lunedì!!

Settembre 19, 2008

La possibilité d’une île

Alla deriva

in balia di una sorte

bizzarra e cattiva
(Onda Su Onda)

Mi viene in mente un libro, uno bello, uno di HOUELLEBECQ che mi piace assai perchè è onestamente stronzo e furbescamente com’è ma alla fine un fesso romantico come gratta gratta siamo un poco tutti. Io di certo. Continuo a credere nelle parole e a pesare le virgole  anche del parlato, riscaldandomi tra le virgolette e prendendo fiato nei puntini di sospensione. Troppo tempo che non leggo, mi dico, ma poi riesco solo a riflettere sul mio oroscopo che dice che sto per diventare protagonista, che poi è una cosa che non mi viene bene. Ma mi piacerebbe. Intanto il cielo è pulito e l’aria è di inverno. Ci vogliono i guanti e le calze pesanti, le canottiere sotto coltri di altro e cappelli di lana la notte, ma è bello in questi giorni il pedalare notturno. Anche se sempre con bici sbagliate, belle perchè tutti pegni di amicizie, in prestito dopo il furto crudele della quasi mia. Ma non di questo scrivo oggi. Scrivo dell’Isola che davvero incontro , da qualche giorno, uscita fuori  nell’angolo in basso del mio emisfero sinistro. L’isola che sogno è circondata da un mare sempre in burrasca e ogni tanto la burrasca mi regala qualcosa.

Nel sogno di due notti fa erano casse di plastica e dentro le casse colorate, adornate di ninnoli, bambini. Tondi, sorridenti, urlanti, ricci, paffuti, seri, muti, scalcianti bambini colorati, ambrati, scuri, neri. Tutti belli, tutti vivi e pieni di fiducia nella mie mani che li tiravano su, via dalle cassette e nella sabbia calda o in altre casse, asciutte se erano troppo piccoli per sgambettare. Qualcuno, che era lì sull’isola con me, si preoccupava, mia madre o qualcosa di simile ad una madre. Io non me ne curavo affatto. Non che sapessi da dove arrivava questo arcobaleno di casse di plastica dal mare, ma non mi erano estranee, e non mi sembrava neppure utile pensarci. “C’è posto, va bene” dicevo soltanto e con l’acqua alle ginocchia e la veste bianca per metà annegata di mare, ero serena. Nel sogno mi ricordo persino bella, io che ultimamente, bella lo dico quasi con vergogna, temendo mi prenda fuoco la lingua in bocca. Una volta mi costruii un’isola per andare il più lontano possibile da quello che c’era. Mi sentivo allora meno indifesa tra gli squali, a cui pure davo da mangiare quotidianamente, che tra le facce di ogni giorno e la loro normalità. In mezzo alla mia stanza l’isola mi aveva ospitato fino a che non avevo avvistato una costa onesta, senza quasi nessuno e,soprattutto, senza domande. Oggi è diverso. Canto di più, anche pedalando e questo mi ha fatto più forte. Oggi sull’isola ospiterei più di uno di quei Venerdì che a volte mi mancano.

Settembre 14, 2008

Menica Menica

Sora Menica, sora Menica
oggi è domenica
lassece sta’…

(G.F.)

Le strade della domenica mattina dicono molto di una città. Ben più sincere di quelle linde e colorate del sabato sera o della frenesia ordinata del lunedì, la domenica mattina è lo specchio di una città . Come vedere una donna il mattino dopo e scoprire solo allora se ci piace davvero o se è stato un errore da  troppo vino.  Se la sera del sabato non teme vergogna e agita gonne e calici, la mattina della domenica è come se si coccolasse affettuosamente dopo l’ennesima faticosa performance. Come a farsi una carezza dopo gli sforzi dovuti. Stamattina per esempio. Ero per strada alle 10 e ho visto Copenaghen soddisfatta di avercela fatta ancora. E mi piaceva il suo insolito modo di fare, da matrona orgogliosa delle sue forme. Sopravvissuta alla notte luccicante del fine settimana, risplendeva sotto un sole freddo di mattino. I gradi  erano pochi, tredici, ma la luce rendeva lo spettacolo  quasi iperreale. Quasi impietoso. Per strada  vetri rotti in ogni angolo e lattine che se andavano un pò dove gli andava, portate da un vento pungente e pulito. L’odore era acre e pungente, un misto di urina, vomito, birra. Parecchia birra. Odore di festa goduta e occhi spalancati. Un padre è uscito di casa guidando la sua bici con annesso cestino per i bambini. Tre. Biondi. Piccoli.Colorati di felpe e impermeabilini. Due ragazzi correvano in divisa pantaloncini elastici e maglietta. Uguali., ginnici, freschi, perfetti. Chissà uno cosa ha da correre la domenica mattina. Le strade rerano vuote. Macchine non ce ne erano, bici qualcuna. Una ragazza vestita da sera dondolava per la strada, tornava a casa. Il trucco sfatto di chi non ha dormito e non lo ha fatto in una casa che non è la sua. Dalla finestra larga del bar  all’angolo ho spiato qualcuno sorseggiare un cappuccino con fare padrone, perfettamente vestito di domenica mattina. Il cielo era pulito come quando a disegnarlo è un bambino, con il pennarello più celeste che ha trovato. Un gatto è sbucato fugace da un portone poco più avanti, poi è sparito. “Un gatto vince sempre in bellezza su tutto” ho pensato. E anche “Quanto mi manca un confidente felino dagli ingegnosi baffi”. Poi, quando sono uscita dal lavoro, qualche ora dopo, la città aveva  perso l’aria di domenica e sembrava di nuovo quella che è sempre. Copenaghen.

Settembre 13, 2008

I Biondi Tartarughi Corazzati

La tartaruga
un tempo fu
un animale che correva a testa in giù
ma avvenne un incidente.

(La Tartaruga, Bruno Lauzi 1975)

Io non lo so cosa sta succedendo. Ma credo sia legato al lasciare le cose. Allora le si guarda diverso. Non diversamente. Diverso. Con occhi che non vedono più, ma riflettono quello che vedono in uno specchio d’acqua dove poi diventa tutto ricordo. La FaseUno dell’allontanamento è il “lasciar stare”. Per questo motivo la mia stanza è una bancarella del mercato e la mia testa una discarica di immagini dove dovrò fare ordine. Ma quella è la FaseDue.Danimarca. Danimarzia. Mai tanto incastrate una con l’altra. Guardo le facce, che non mi guardano, dei ciclisti e spio se si vedono su queste facce le rughe allegre che fanno simpatia.Quelle che vuol dire che oltre ai bei fieri lineamenti nordici c’è il disordine delle facce amiche.  Niente. Come sono ordinati anche nello scompiglio delle truppe ubriache del venerdì notte. Nessuno mai gira la testa a destra e sinistra, esiste solo il davanti. Non ci sono inciampi, se rallenti sarà al massimo un fiorire di campanelli. Ma il traguardo dov’è? Mi viene in mente la Tartaruga della canzone.Quella che correva, correva e non guardava il mondo. Solo ci stava in mezzo come un siluro. E allora penso. Mi siedo e penso. Perdo tempo. Questa città l’ho vissuta o l’ho solo attraversata? Quante macerie ho lasciato agli angoli delle strade che un giorno rinoscerò esser state me? Mi vengono in mente due angoli e un ponte. Ma sono certa che a pensarci meglio, se non un mare di frittata, c’è tutto un mondo di tesori per la via che devo solo spolverare. E che suonino pure stì campanelli.E’ avvenuto un incidente……..

Settembre 2, 2008

La solitudine dell’Orchidea

Io alle medie ero una delle più brave. Me lo ricordo bene, non mi è più capitato. Ma la prima lezione di Educazione Tecnica, con uno dei miei professori preferiti, fu un disastro. Era la prima prova su carta, a pochi giorni dall’inizio della scuola. Non dovevamo fare altro che tirare poche linee dritte, alcune orizzontali, altre verticali, altre ancora diagonali. Potevamo contare sull’aiuto di squadretta e righello. Non doveva essere difficile. Eppure “Mediocre”. Presi un sorridente mediocre da un pacioso professore baffuto. Non potevo prendermela con nessuno. Le mie linee erano grossolane, pasticciate e definitivamente storte. Me ne crucciai a lungo di quel mediocre. Ma non ho mai smesso di fare tutto storto. Storte le linee, storta la riga che separa le trecce, storte le colonne per giocare a città, cose, animali, storta la luna. Poi sono venuta in Danimarca. E ho capito cosa c’era in più nella sbavatura di grafite che mi regalò quel mediocre. C’era del senso. Le linee dritte hanno il democratico vantaggio di rendere tutto uguale. L’ordine rende impossibile creare differenza, le spiana anzi mantenendo perenne un rassicurante equilibrio. Il trionfo dell’omogeneità assoluta. Solo che, cancellando quello che dritto non è, si cancella il senso delle cose, appiattendo il gusto dell’incongruo, del nuovo, del differente da. Mi accorgo del dramma e rivaluto. Così il traffico di colpo mi pare meglio assortito di una composta fila, vedo il caos generare idee e qualche stella danzante, come diceva “quello“. Il vestito male abbinato mi resta più in mente di una mise fashion. D’altronde, l’orchidea vive sola mentre i fiori di campo stanno in compagnia per definizione. Man mano che passa il tempo il mio pregiudizio diventa carnale e guardo con biasimo il mio rammarico di allora davanti a quel mediocre. Mi tornano in mente diverse scene dè “L’uomo che fuggì dal futuro“. Chissà perchè. E mi viene pure da scarabocchiare i muri bianchi della mia stanza, con linee posticce e sgraziate, di certo colorate assai. Magari fare anche rutto affacciandomi alla finestra. Cosa si deve fare per perdonarsi, infine, quel solo “mediocre”.