Io sul mobile di cucina, a destra e sinistra del lavandino, insaccati in vasi arrangiati, appiccicati al vetro come labbra di fidanzati della prima ora, ospito una famiglia di Girasoli. Vivono con me che non è neanche un mese ma sono padroni di casa più delle mie scarpe e delle mie incertezze. Hanno una storia più lunga della mia loro, sono creature che vengono dalle Americhe, imbarcate con pomodori e patate. Coltivati già da 1000 anni prima che Gesù bambino piangesse la prima lacrima, onorati come un dio dagli Incas, immagine in terra del sole in cielo. Qui in Europa, il Girasole ci è arrivato prima riprodotto in oro e poi in semi da mangiare o piantare o forse solo per colpa e memoria di Clizia, fanciulla greca innamorata di Apollo che perdeva tempo e giovinezza a guardare il carro del dio sole fare su e giù tra notte e giorno. Finchè per semplificarle la vita non fu trasformata in helianto, girasole, appunto. Girasole è nome che risuona. Piace l’idea di chi cerca sempre il lato caldo della vita mentre fa strano il titolo di un film di due anni fa La noches de los girasoles (2006) che un noir al sapore di girasole non convince da subito. I Girasoli li si può anche ritrovare in cucina, nascosti in qualche stramba ricetta e più prosaicamente è sempre bello vederne uno che fa capocella da un mazzo di fiori, spavaldo tra austere rose. E io, matrigna ingrigita, li ho fatti nascere in Danimarca, paese che passa di gran lunga più tempo a sognarlo il sole che a viverlo. Ho come scusante che i miei Girasoli sono arrivati a casa per gioco. Che non può essere niente di tanto diverso dal gioco, seminare in vaso i semi trovati in un pub. Liberarli dal cartone alla terra, come se non fosse niente. Ma dopo la gioia di vederli spuntare, verdi verdi, dritti dritti, svelti nel voler crescere ci sono le responsabilità!!! E sì, cara mia, dopo il piacere della vita che sorge c’è la fatica che accompagna la consapevolezza della scelta. Io mi sono sporcata le mani di terra, ho comprato vasi, ho decorato la loro casa di allegre cartoline, ci ho parlato la mattina appena sveglia, la sera prima del sonno, il pomeriggio prima di uscire di nuovo. Me li sono guardati ogni giorno più alti e lunghi e sottili che pare che non si reggano e invece ce la fanno. Li ho contati e poi ho dimenticato il loro numero. Li ho chiamati per nome e poi ho cambiato i nomi. Sono stati la mia scommessa. E ancora non so se la vincerò. Perchè ogni tanto sento il loro rammarico. Che il sole che li ha accolti il primo giorno ora non pare ricordare l’indirizzo della mia cucina e loro si fanno agitati, irritabili come adolescenti ormosensibili durante una partita di calcio, depressi e rabbiosi insieme. Ieri mattina non hanno neppure risposto al mio saluto. Li capisco! La mancanza di sole li rende fragili, introspettivi, qualcuno ingiallisce e nessuno si fa forte abbastanza da avere fiore oltre che stelo. Ma io li guardo ammirata lo stesso e gli faccio tutti i complimenti che nessuno mi ha mai fatto da bambina, che magari li incoraggi e rinforzi. Poi ammetto che mi sono simpatici anche così, con quella loro espressione amareggiata ma non abbattuta di chi aspettando il sole si è ritrovato con in mano un ombrello. E profondamente comprendendoli, con loro mi coltivo.
Portami il girasole ch’io lo trapianti
Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
é dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.