Agosto 21, 2008...4:22 pm

Per disfare un albero – Un’invettiva alla fine di agosto-

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And did you exchange
A walk on part in the war
For a lead role in a cage?
P.F.

Mentre tutti vanno in bici su è giù per il parco intorno a Bakken io resto ferma. Resto ferma con un vecchio libro in mano, un tal Guglielmo di inglesi natali che mi parla di folletti e maghe e ombre che solleticano le fantasie e illuminano la notte. Ma non sono su una panchina nel parco, qui la natura profuma di natura e gli alberi parlano sul serio. Chiudo il libro, mi metto in piedi, lentamente lascio il percorso. Un gruppo di cervi si avvicina. Così vicini. Così vivi. I piccoli ti fissano sul serio e sul serio guardano te, come tanti per strada non ti guardano ma vorresti ti guardassero. Come se esistessi sul serio. Anche solo per comunicarti che stoni tra gli alberi di un bosco, con quel libro in mano e lo zainetto. Loro ti guardano. Dritti in faccia e senza ritegno. Una mi ha detto oggi ” i delfini saltavano tutto intorno alla barca, come se fossero addestrati ma senza essere addestrati” come se i delfini non nascessero con dentro la loro “delfinità” ma questa fosse un regalo che gli insegniamo noi. Ho odiato quella donna per la sua stupidità. Ora invece tra questi sguardi, mentre i cervi corrono dove han voglia, c’è la vergogna. Al di là di ogni discorso antispecista c’è la vergogna. Quella che ci ha reso animali tanto deboli perchè violentati dalla nostra perversa abdicazione alla civiltà. Abbiamo sacrificato la nostra animalità, mortificandola perchè ci faceva provare paura. Siamo animali sbagliati che si imbarazzano del proprio naturale odore. Ci strofiniamo contro creme profumate di odori non nostri, imprigioniamo il proprio istinto in atteggiamenti studiati a tavolino, spaventati da ogni suono che non si sia sentito, ogni parola che non sia stata decifrata da qualcuno prima di noi. Ridicoli nella nostra civile abitudine all’inettitudine ci spaventiamo di un ragno che fa il ragno, di un cane che fa il cane, di ogni spontanea manifestazione della vita che per poter accettare dobbiamo prima degradare, impoverire, catalogare. Abbiamo tagliato i nostri capelli, profumato la nostra intimità, avvilito il corpo in piccole perfette prigioni da 200 euro il paio e ci spaventiamo di chi ci ricorda che siamo animali, illusi fino alla fine di avere creato dal nulla la nostra povera supremazia. Anche la nostra violenza è falsa, posticcia. Non sappiamo più neanche usare le mani per stringere un collo, uccidiamo per interposta persona e ci sentiamo dei santi, trasformando ogni schiaffo che non diamo, non per bontà ma vigliaccheria, in un più socialmente appetibile male psicosomatico, una piccola ulcera, un allegro herpes genitale. Dove è la nostra umanità? Dentro le macchine fotografiche con cui immortaliamo il mondo, incapaci di usare più i nostri occhi, sempre bisognosi di avere le prove di aver vissuto? Nell’acciaio delle nostre forchette con cui tagliamo in piccoli pezzi il cocomero per non affondarci i denti? L’istinto lo amiamo solo visto imbalsamato, sui comodini della camera da letto e ci terrorizza il suono del vento se non viene da in i-pod per gli esercizi di rilassamento. Le coscienze le lasciamo in mano ai guru in prima serata o nelle piazze tra mille altri cuori in naftalina. Anche il sesso che dovrebbe essere sano istinto viene macchinato, indirizzato, usato e non gioito nella sua banale intensa spontaneità. Cosa ci spaventa così tanto da privarci di tanto per il poco che abbiamo? O forse che davvero la natura umana sia questa? O meglio, che la vera natura dell’uomo sia quella infame e aspra che mastica le illusioni e gioca orgogliosa, impiastricciando con la propria avvilente furbizia i cuori ingenui dei deboli del branco? MI viene in mente Gondry e forse neanche c’entra molto. Ma neanche poco a guardar bene.

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