Settembre 19, 2008...11:14 am

La possibilité d’une île

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Alla deriva

in balia di una sorte

bizzarra e cattiva
(Onda Su Onda)

Mi viene in mente un libro, uno bello, uno di HOUELLEBECQ che mi piace assai perchè è onestamente stronzo e furbescamente com’è ma alla fine un fesso romantico come gratta gratta siamo un poco tutti. Io di certo. Continuo a credere nelle parole e a pesare le virgole  anche del parlato, riscaldandomi tra le virgolette e prendendo fiato nei puntini di sospensione. Troppo tempo che non leggo, mi dico, ma poi riesco solo a riflettere sul mio oroscopo che dice che sto per diventare protagonista, che poi è una cosa che non mi viene bene. Ma mi piacerebbe. Intanto il cielo è pulito e l’aria è di inverno. Ci vogliono i guanti e le calze pesanti, le canottiere sotto coltri di altro e cappelli di lana la notte, ma è bello in questi giorni il pedalare notturno. Anche se sempre con bici sbagliate, belle perchè tutti pegni di amicizie, in prestito dopo il furto crudele della quasi mia. Ma non di questo scrivo oggi. Scrivo dell’Isola che davvero incontro , da qualche giorno, uscita fuori  nell’angolo in basso del mio emisfero sinistro. L’isola che sogno è circondata da un mare sempre in burrasca e ogni tanto la burrasca mi regala qualcosa.

Nel sogno di due notti fa erano casse di plastica e dentro le casse colorate, adornate di ninnoli, bambini. Tondi, sorridenti, urlanti, ricci, paffuti, seri, muti, scalcianti bambini colorati, ambrati, scuri, neri. Tutti belli, tutti vivi e pieni di fiducia nella mie mani che li tiravano su, via dalle cassette e nella sabbia calda o in altre casse, asciutte se erano troppo piccoli per sgambettare. Qualcuno, che era lì sull’isola con me, si preoccupava, mia madre o qualcosa di simile ad una madre. Io non me ne curavo affatto. Non che sapessi da dove arrivava questo arcobaleno di casse di plastica dal mare, ma non mi erano estranee, e non mi sembrava neppure utile pensarci. “C’è posto, va bene” dicevo soltanto e con l’acqua alle ginocchia e la veste bianca per metà annegata di mare, ero serena. Nel sogno mi ricordo persino bella, io che ultimamente, bella lo dico quasi con vergogna, temendo mi prenda fuoco la lingua in bocca. Una volta mi costruii un’isola per andare il più lontano possibile da quello che c’era. Mi sentivo allora meno indifesa tra gli squali, a cui pure davo da mangiare quotidianamente, che tra le facce di ogni giorno e la loro normalità. In mezzo alla mia stanza l’isola mi aveva ospitato fino a che non avevo avvistato una costa onesta, senza quasi nessuno e,soprattutto, senza domande. Oggi è diverso. Canto di più, anche pedalando e questo mi ha fatto più forte. Oggi sull’isola ospiterei più di uno di quei Venerdì che a volte mi mancano.

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