Settembre 1, 2008

Curiosità Uccise il Gatto ( ma il Gatto ha 9 vite e a non essere curiosi sai che vita di merda!)

Io che ancora mi emoziono, mi emoziono a vedere gli occhi vispi di chi curiosa. La curiosità è  gommosa e  spinge un passo oltre. La differenza da cogliere è tra il farsi gli affari altrui e la curiosità tutta tonda. Nel secondo caso, le gote si fanno rubiconde come dopo un sorso di rosso di troppo ma non per vergogna bensì per stupore. Nel primo, invece, la solita annoiata verecondia, contraria a prescindere. A chi è curioso fiori, a chi spia sbadigli e biasimo. Che poi oggi davvero volevo parlare di danesi, ne ho visti tanti sparsi per strada. Come se fossero usciti tutti oggi, come funghi dopo la prima pioggia che puzza di autunno. Almeno un centinaio erano. Ma non è tempo, questo, di danesi e racconti di pelo, calze e sguardi. Ché a mischiare non si fa quasi mai un buon affare. Ora è il momento dell’orgoglio senza ragioni. Quello che profuma meglio. Quello che un regalo che ci fa dire “Oh, grazie!”

…e auguri sara e grazie sara e buon viaggio sara,

Agosto 29, 2008

Ora ( Canzone per Orfeo o per Euridice, uguale)

Ora guardo dietro e se ti vedo sorrido forte
con i denti in mostra e le rughe intorno agli occhi
Ora se quando mi giro sei caduto
torno indietro e ti riprendo, ti aiuto a metterti dritto
Ora vado sempre più forte finchè non c’è più un posto dove correre
Ora mi fermo che mi viene un dolore che mi fa di cemento le gambe
Ora dico che ti perdono e quando mi giro mi vedrai che sorrido
ma come non mi hai mai vista nemmeno quando c’era la neve
Ora urlo che non si può cambiare mai nulla
e ti sparo dritto in petto come se non fosse la prima volta
Ora prendo il trucco dalla borsetta e mi metto uno strato di rosso scarlatto
poi aspetto che mi dici che non ti piace per niente
solo per il piacere di metterne di più o di toglierlo tutto
Ora facciamo che è già diverso da prima
e ricominciamo tutto ma al contrario
io mi metto davanti di corsa
tu invece sempre più lento
Ora mi guardo dietro le spalle e tu sei fermo
che non ci pensi neanche a starmi ancora dietro
allora piango ma non lo vedi ché porto gli occhi innanzi
Ora inventiamo un ora nuovo
ci mettiamo di fianco senza guardarci nemmanco
come quando le cose capitano davvero per caso
poi ci accorgiamo e allora spalanchiamo la bocca di sorpresa
e facciamo una corona di margherite per la felicità
e facciamo una litania di bestemmie per la rabbia
Ora mi volto come ogni volta a quest’incrocio
e sempre la strada mi guarda dispiaciuta di starsene vuota
senza niente da regalarmi
allora mi fermo e dormo
rannicchiata tutta intorno alle ginocchia
come quella volta che non mi ricordo ma che ero triste

Agosto 27, 2008

La Fatica di Essere Ottimisti

..e fuori piove anche
che giornata di merda
(D.S.)

Ho messo le calze di lana. In valigia, tornando, avevo incastrato delle canotte. Ora a vederlo intonse mi commuovo. E’ bello essere ottimisti contro ogni logica. Allora mi dico che oggi ci provo a fare che va tutto bene per tutto il giorno. Inizio non preoccupandomi del lavoro da trovare e dell’imbarazzante voglia di qualcuno che al mattino mi venga a tirare giù dal letto con un qualcosa di simile ad una colazione. Che poi dal mio letto non posso esser tirata giù, è a terra, al massimo mi lancio su. Ottimisticamente leggo il giornale e cambio pagina in fretta, non è cosa. Guardo il grigio del cielo e mi dico che magari è meglio, non si stancano gli occhi e non rischio quel sudore che uno non sa che farci. Butto un paio di pantaloni che sono un pò bruttini. Non penso a viaggi, destinazioni, malesseri e denari. Non me ne frega niente del prossimo presidente degli Stati Uniti, delle scuse di Alemanno, dei vestiti low cost che inquinano l’ambiente. Non ho più che una scatola di lenticchie per pranzo. Bene. Mangerò una scatola di lenticchie. Ma l’Ottimismo nella mia mente si trasforma in una subdola forma di tenero ebetismo e seppure tentata dai colori tenui che mi coccolano in questa nuova versione, mi si inceppa il meccanismo e mi parte una santa sequela di imprecazioni generalizzate. L’errore, ne sono quasi certa, è stato leggere il giornale.

Agosto 26, 2008

..solo che lei non c’è…..

Rubano tutti Geremia, e tutti sono infelici. Tutti.
“L’amico di FaMiglia”

..io dal vetro che mi separa dal mondo vedo una donna che sembra mia madre, la sua borsa è pesante eppure si vede vuota, oppure è vuota ma si sente pesante. Ma si sa. Gli occhi e i sensi hanno differenti bilance. La donna la vedo per due volte passeggiare sotto la mia finestra. Che è come un vetro di acquario infelice. Lei ha il passo svelto e qualcosa da cui scappare, come tutti. Come tutti qualcosa in quella borsa non gli appartiene. Anche se fosse sua. Le facce belle che incontro pure sono troppo lontane, penso. Non c’è desiderio nelle loro mani, le dita si muovono lente, mentre intorno il vento sta sputando un presagio di autunno contro questa estate ormai spoglia di fiori. La mia amica se ne è fatti tatuare tre su un polso, per evitare di dimenticare. Cosa? L’estate. Non è un sentimento diffuso da queste parti, l’estate. E’ un sogno. Io sogno male, però. Sarà questo vetro che mi allontana o questa città che mi dimentica. Ma io cosa faccio perchè mi si ricordi? Sputo parole come eccessi di senso e ho freddo ai piedi come mancanza di qualcuno. Tutto mi sembra giovane e perciò senza speranza. Un bacio ci vorrebbe e una poesia. Ne hai di scritte? Ne hai di pensate? Un mondo dove ci si vergogna della poesia è un mondo condannato. Ora una canzone e una carezza lontana. Non ho paura a dire “Buonanotte”. Suona come un “Amen” sulle labbra sbagliate. Danimarzia si sta spegnendo, non manda un buon odore.

Agosto 21, 2008

Per disfare un albero – Un’invettiva alla fine di agosto-

And did you exchange
A walk on part in the war
For a lead role in a cage?
P.F.

Mentre tutti vanno in bici su è giù per il parco intorno a Bakken io resto ferma. Resto ferma con un vecchio libro in mano, un tal Guglielmo di inglesi natali che mi parla di folletti e maghe e ombre che solleticano le fantasie e illuminano la notte. Ma non sono su una panchina nel parco, qui la natura profuma di natura e gli alberi parlano sul serio. Chiudo il libro, mi metto in piedi, lentamente lascio il percorso. Un gruppo di cervi si avvicina. Così vicini. Così vivi. I piccoli ti fissano sul serio e sul serio guardano te, come tanti per strada non ti guardano ma vorresti ti guardassero. Come se esistessi sul serio. Anche solo per comunicarti che stoni tra gli alberi di un bosco, con quel libro in mano e lo zainetto. Loro ti guardano. Dritti in faccia e senza ritegno. Una mi ha detto oggi ” i delfini saltavano tutto intorno alla barca, come se fossero addestrati ma senza essere addestrati” come se i delfini non nascessero con dentro la loro “delfinità” ma questa fosse un regalo che gli insegniamo noi. Ho odiato quella donna per la sua stupidità. Ora invece tra questi sguardi, mentre i cervi corrono dove han voglia, c’è la vergogna. Al di là di ogni discorso antispecista c’è la vergogna. Quella che ci ha reso animali tanto deboli perchè violentati dalla nostra perversa abdicazione alla civiltà. Abbiamo sacrificato la nostra animalità, mortificandola perchè ci faceva provare paura. Siamo animali sbagliati che si imbarazzano del proprio naturale odore. Ci strofiniamo contro creme profumate di odori non nostri, imprigioniamo il proprio istinto in atteggiamenti studiati a tavolino, spaventati da ogni suono che non si sia sentito, ogni parola che non sia stata decifrata da qualcuno prima di noi. Ridicoli nella nostra civile abitudine all’inettitudine ci spaventiamo di un ragno che fa il ragno, di un cane che fa il cane, di ogni spontanea manifestazione della vita che per poter accettare dobbiamo prima degradare, impoverire, catalogare. Abbiamo tagliato i nostri capelli, profumato la nostra intimità, avvilito il corpo in piccole perfette prigioni da 200 euro il paio e ci spaventiamo di chi ci ricorda che siamo animali, illusi fino alla fine di avere creato dal nulla la nostra povera supremazia. Anche la nostra violenza è falsa, posticcia. Non sappiamo più neanche usare le mani per stringere un collo, uccidiamo per interposta persona e ci sentiamo dei santi, trasformando ogni schiaffo che non diamo, non per bontà ma vigliaccheria, in un più socialmente appetibile male psicosomatico, una piccola ulcera, un allegro herpes genitale. Dove è la nostra umanità? Dentro le macchine fotografiche con cui immortaliamo il mondo, incapaci di usare più i nostri occhi, sempre bisognosi di avere le prove di aver vissuto? Nell’acciaio delle nostre forchette con cui tagliamo in piccoli pezzi il cocomero per non affondarci i denti? L’istinto lo amiamo solo visto imbalsamato, sui comodini della camera da letto e ci terrorizza il suono del vento se non viene da in i-pod per gli esercizi di rilassamento. Le coscienze le lasciamo in mano ai guru in prima serata o nelle piazze tra mille altri cuori in naftalina. Anche il sesso che dovrebbe essere sano istinto viene macchinato, indirizzato, usato e non gioito nella sua banale intensa spontaneità. Cosa ci spaventa così tanto da privarci di tanto per il poco che abbiamo? O forse che davvero la natura umana sia questa? O meglio, che la vera natura dell’uomo sia quella infame e aspra che mastica le illusioni e gioca orgogliosa, impiastricciando con la propria avvilente furbizia i cuori ingenui dei deboli del branco? MI viene in mente Gondry e forse neanche c’entra molto. Ma neanche poco a guardar bene.

Agosto 18, 2008

L’occhio mezzo chiuso…

Sarà che l’estate sembra finita, le calze sono tornate lunghe e il mare e buono a conservare fresco il pesce. Sarà che si lavora, me ne ero dimenticata probabilmente, sarà che ci sono le cose da pensare e quelle da fare e spesso di incontrano. Sarà che il grigio va venire voglia di notte, ma io ho sonno.

Si, sonno.

Ho sonno di giorno e di più di notte, il tempo da svegli si fa noioso, quello con gli occhi chiusi affascinante.

Per una che faceva fatica a dormire non suona come un bene, l’eccesso di occhi chiusi mi sconforta e toglie energie invece di darne. Bizzarro. Ma poi ogni angolo sembra una perfetta nicchia per il corpo stanco. Ogni musica una ninna nanna. Sogno persino di dormire.

Sarà la depressione? Ci schiaccio su un pisolino, poi ci penso.

Agosto 11, 2008

Quello che oggi penso dell’Amore

Se oggi dovessi dire qualcosa, sarebbe una cazzata. Quindi per non far brutta figura apro la bocca e parlo che il buon senso ha fatto le valigie l’altro ieri e non ha lasciato fermo posta per le bollette. Ma d’amore mi resta una parola, dentro non c’è più quello che ci mettevo un tempo, solo qualcosa si riconosce e fa ridere di gusto. Oggi Amore è la bellezza tonda mai provata che ho intravisto in una signora che mi ha sorriso vedendomi stanca e nell’attenzione che aveva quella ragazzina alta poco più di un metro, con la mini rosa e la coda a pioverle sulle spalle, mentre leggeva il suo libro camminando. Dritta e camminando.Senza il timore di cadere o farsi male contro qualcuno. Gratuità e Attenzione che si mischiano alle stelle che oggi non ho visto cadere, alla nostalgia di un certo cantare e al gatto bello e pezzato che fugge nella notte al mio richiamo. Non è mai stato facile parlare d’amore, specie con i denti sporchi e troppa poesia. Ma comunque oggi tra 21.1o ore finisce. E chi s’è visto, s’è visto. E se non s’è visto di certo m’è mancato.

“Sai che un fatto convince più di ogni pensiero
e allora tocchiamoci”
(N.F.)

Agosto 8, 2008

Vacanze Romane…che sono finite (last episode)

Il sole a prenderlo ora le ucciderebbero, il mare le ucciderebbe a qualunque ora che sono sempre ad Ostia, poi un oasi si presenta davanti a loro. Una tettoia di paglia e canne secche. Non troppo vicina dal bar e della docce.

“Trovata casa!” dice la più alta.

“Benissimo” risponde la meno alta.

Ore 13.00. Il sole uccide. La tettoia salva la vita. Una coppia di siede poco lontano e comincia a litigare. Lei non vuole camminare oltre, fa caldo. Ha un voce di ragazzina ma avrà superato e non da poco i cinquanta, lui magro cerca di non agitare le acque. Poi se ne va a capo chino. Torna con qualcosa da bere finchè lei non se la sente di camminare ancora, li aspettano a pranzo.

Una piccola comunità cinese arriva da est della tettoia. Lunghi capelli lisci per le ragazze, corti per i ragazzi. Devono essere due famiglie, hanno i compiti bene definiti nell’apparecchiare per il pranzo, ognuno fa qualcosa, ogni tanto si scambiano una frase. Il più piccolo, un bambino grasso e nudo, viene messo di poco distante e gioca a nascondere due cucchiaini di plastica azzurra nella sabbia.

Una coppia di amiche biondissime e magrissime resta a ripararsi dal sole qualche minuto prima di correre alle docce.

I volti cinesi si abbronzano poco o non amano il sole. Sarebbe da fare una ricerca. Le donne sistemano, gli uomini si sdraiano a riposare, il bambino grasso e nudo che nasconde cucchiaini nella sabbia resta ancora un poco nella sabbia, seriamente impegnato nel suo gioco, poi il fratello più grande fingendo di aiutarlo lo picchia ed entrambi vengono richiamati a fare cerchio con il gruppo. I cucchiaini restano mezzi nella sabbia e mezzi no.

Due algerini arrivano sotto la tettoia, allungano asciugamani, fanno un piccolo muro intorno di vestiti, radio, calzini, scarpe e iniziano a parlare. Sembrano avere molto da dirsi. Ogni tanto alzano il tono, ma di poco. Solo perchè devono sottolineare qualcosa.

La ragazza più alta e la meno alta chiudono gli occhi.

Quando la più alta li apre si mette a parlare al telefono. Sorride. Le piace la conversazione, come sta andando, cosa promette. I cinesi non ci sono più. Solo qualche bottiglia vuota e due rimasti indietro al gruppo. Gli unici due uomini, addormentati pancia in su al centro esatto della tettoia. Il tavolino che hanno usato era un masso piatto. Un marocchino arriva  e si siede silenzioso a riposare. Non guarda niente, solo il mare davanti, ma distante.

La ragazza più alta chiude di nuovo gli occhi.

Gli algerini si accalorano parlando, si danno piccole pacche sulle schiena. Come due comari.

Correndo in fretta, coi piedi nuda sulla sabbia, arrivano cinque ragazzini. Si fermano ad un angolo della tettoia. Hanno la faccia, le mani, il colore, gli occhi da brasiliani ma l’accento li frega non poco. “Stai à vedè, ‘ndo se la potemo fa?” fa uno agli altri, occhi allegri che bruciano nonostante il caldo. ” Ma li mortacci…” dice un’altro e lancia un calcio al compagno, ride. I colori sgargianti dei costumi lasciano la scia nel caldo palpabile delle 14.30. Si fanno cenni, si nascondono, riappaiono, ridono meglio di prima. Fumano guardando il sole in faccia, che non hanno mica paura, loro.

Gli algerini sono ancora presi dalla loro conversazione. Uno ha la faccia più seria di prima.

Arriva un gruppo di rom, una decina di facce sovrappeso con buste di plastica, ombrelloni e un bimbo piccolo in culla. Si accampano sotto la tettoia. Sono quattro ragazzine tonde e altrettanti ragazzi, uno ha qualche anno di più e uno scorpione tatuato sul collo. Hanno il rumore nella voce e preparano il loro campo. I rotoli di carne di troppo della ragazze sono spavaldi come loro, quasi poetici, adagiati su costumi bianchi o gialli o a fiori.

Un venditore si avvicina e si siede ad un angolo della tettoia. La ragazza più ciarliera gli si siede accanto. Sorride male “Fa caldo, eh!” e poi ” le tieni le collane per me?” lui fa segno di no ma lei inizia ad aprire le sue cose. “Questa magari” dice scegliendone una, poi corre a farla vedere alle compagne.

I ragazzini brasiliani giocano alla lotta. Finito di  fumare  si  prendono in giro e inventano balletti. Poi scappano verso il mare urlando sempre per la sabbia bollente ” ma porc….”

Il gruppo di rom borbotta un poco, i ragazzi si prendono in giro, si scontrano, tornano a dividersi uomini e donne. Tranne quello con lo scorpione al collo che parla poco e con voce tumultuosa. Poi si allontanano verso il bar, meno una ragazzina che resta con il bambino che sta nella culla. Ma non si vede.

Intorno i resti del pranzo e il sole entra anche tra le canne della tettoia.

“Mi sembra un poco come quel film di tanti anni fa…come si chiamava…Casotto*, lo hai visto?” dice la ragazza più alta.

“No.” risponde la meno alta.

“Bhè, la scena era fissa in una cabina ad Ostia e cambiavano solo i personaggi che entravano, tutti un poco sfigati, chi più e chi meno. Potessi farlo un film sotto questa tettoia non sarebbe male.”

La ragazza meno alta dice che le piacerebbe ci fosse della musica.

La ragazza più alta si lamenta di una insolazione ai piedi presa il giorno prima.

Gli algerini accendono una vecchia piccola radiolina portatile, perfettamente funzionante.

“…quando un giorno di notte m’hai detto “non ti lascerò mai”

La ragazza meno alta si alza in piedi ” Vedi, volevo la musica!!”

Gli algerini fanno finta che non l’hanno fatto apposta e si allontanano in ciabatte di qualche passo.

La musica resta.

“E adesso siamo occhi negli occhi e non serve a niente parlare

ho la mappa di tutti i tuoi nei la potrei disegnare “

Canta la ragazza meno alta.

Un signore che è arrivato da poco e legge le notizie sportive, alza di poco la testa.

io ti cercherò negli occhi delle donne che nel mondo incontrerò e

dentro quegli sguardi mi ricorderò di noi chissà se si chiamava amore

La ragazza meno alta non canta più. Ognuno per due secondi fa un pensiero scemo su sta cosa che si chiama amore o in qualche altro modo che non importa. Per due secondi esatti sono tutti in silenzio,la ragazza meno alta, quella più alta, il signore che legge il giornale, gli algerini in ciabatte, le ragazza con la collana nuova e il ragazzo che vende le collane.

Perchè alla fine fossero di più quei secondi spesi a fare i romantici non sarebbe mica male. Specie con questo caldo.

* “Casotto” è un film italiano del 1977 di Sergio Citti. Interpreti : Ugo Tognazzi, Jodie Foster, Paolo Stoppa, Michele Placido, Catherine Deneuve, Mariangela Melato, Gigi Proietti……

Agosto 7, 2008

Vacanze Romane (2°parte)

Se rispettiamo le regole andrà tutto bene,
ma tu te le ricordi le regole?
(TARM)

Roma è una città che è molto calda in estate. Sono giorni che meno di 34° non se ne parla. La notte non si dorme. Pancia in su, niente. Pancia in giù, uguale. Gambe in alto, testa di lato, finestra spalancata, non si dorme. Io ho sonno. Quando ho sonno ma non dormo poi sogno e sogno male. Quando sogno male la mia mente mi prende in antipatia e sogna ancora peggio, quindi mi sveglio che ho sonno e pensieri stonati. Il riverbero del calore, a guardare vicino all’asfalto, regala l’effetto visione liquida e tremante che pare di stare nei film sul FarWest, ma più reale. I sedili dentro le macchine si scaldano e a sedersi senza saperlo si resta marchiati a fuoco, con un velo di piacere qualcuno si aggira per i parcheggi e, complice il padrone dell’auto , si lancia sulle piccole fornaci emettendo un piccolo acuto squittio ogni volta. Roma è calda che non me la ricordavo così. Tutto risulta rallentato, nessuno per una volta, se la prende troppo, tranne i taxisti e qualche anziana signora. Che non ha nulla da fare e quindi se lo deve trovare. Sulla spiaggia si parla di qualsivoglia fregnaccia, specie d’oroscopi dell’estate perchè promettono sempre sesso a tutti e sperarci fa bene al cuore. Solo che a crederci sul serio non ce ne sarebbero di persone in spiaggia, sarebbero tutte impegnate a fornicare in ogni dove. Si parla anche di amori che non arrivano, di accessori per autovetture e della città. Ci si interroga su quanto sarebbe giusto avere paura per strada la sera. ” Ma io mi sono sempre sentito tranquillo” dice qualcuno ormai vergognandosi. Che ormai bisogna aver paura, lo si è deciso e quando si prendono di queste decisioni non si può far finta di niente. Quindi via gli stornelli e i venditori di lavanda per Trastevere, magari dietro al Gladiatore che si presta ad una foto ricordo si nasconde il nuovo SuperCattivo, che si guardi con sospetto e si chiuda una volta di più la porta di casa, che ormai Roma è dark e criminosa manco fosse Gotham City. Sarà l’effetto Cavaliere Oscuro.

Agosto 5, 2008

Vacanze Romane (1°parte)

Girare in motorino. Questo mi mancava. Il rumore goffo delle ruote che girano sull’asfalto bollente, l’odore terribile di traffico che ti entra dalle narici alla gola, immantinentemente. L’aria, calda o fredda. Ma in questi giorni più calda. Anche troppo. Muovermi a zonzo schivando le macchine, bestemmiare sotto il sole ai semafori, urlare ogni singola frase perchè chi guida non sente e la voce se la porta il vento. Cercare un parcheggio e girare almeno tre volte a vuoto prima di arrendersi e rischiare la multa, i commenti per strada dei lavoratori che parlano solo con occhi e fischi sommessi o quelli più complessi dei camerieri stanchi, seduti fuori dai ristoranti che offrono bicchieri d’acqua o caffè “ma te me lo fai un sorriso?”. La caciara. Quella sacra confusione romana di voci e maledizioni originali che non sapresti mai ripeterle. Il vociare da mercato nei rioni ma anche nei negozi di biancheria per signora, la contrattazione per il prezzo di un paio di orecchini, le mani che indicano energicamente la strada da seguire a chi ci mette troppo per un parcheggio, i regazzini che corrono, le bottiglie che cozzano scivolando lungo la via, le urla degli ubriachi che vogliono un litigio, quelle dei venditori al mercato che sottolineano la buona qualità dei loro prodotto “robbba bbbuona”. Sudare anche da fermi e accorgersi che la prossima birra, come la precedente, non aiuterà. E poi la luna che non ce la fa a nascondersi e spunta su tutto. Uno spicchio fulgido in mezzo a un cielo che si sono sciolte anche le stelle. La vedi e ti rassereni un poco, lo senti che il sapore è quello della bellezza senza spiegazioni da dare. Quella disordinata che poi manca quando non la vedi più.

I militari per le strade, invece, di quelli non sentivo nessuna mancanza.