Notte
Sempre notte
Notte ancora più fonda
Un rumore che sibila nel silenzio
szt szt szt szt szt szt
un lampo che non ti aspettavi e la fine
La paura ha il volto che non vi sareste mai aspettati…….

Notte
Sempre notte
Notte ancora più fonda
Un rumore che sibila nel silenzio
szt szt szt szt szt szt
un lampo che non ti aspettavi e la fine
La paura ha il volto che non vi sareste mai aspettati…….

Metro B. Da Termini a Tiburtina Staz. Silenzio di voci, rimbombare metallico di treni su rotaie, iPod nelle orecchie proprie e altrui, suoni freddi nel caldo afoso che non riesce a fuggire, imprigionato dal vagone in ogni singolo corpo. Visi stanchi, sudati, canotte troppo poco scollate, odori da fiera, capelli ribelli. Ogni tanto una folata di vento, caldo. Ognuno pensa per se, nascosto dietro gli occhiali, il giornale, un espressione assente. E’ per tutti troppo tardi, il vagone troppo lento, le cose non funzionano. Entra un piccolo uomo, alto poco più che un bambino, la pelle scura, i capelli corti, la fisarmonica al collo. La fisarmonica è enorme, una larga bretella di pelle gliela tiene stretta, con le mani impugna i due lati, comincia a liberare le prime note. Un uomo si alza da diversi posti più in là e si avvicina al piccolo uomo, alto poco più che un bambino.
“Non suonare. Per favore non suonare” L’uomo ha i piedi nudi e pelosi in un vecchio paio di sandali. Le mani grandi,stempiato. Un piccolo zaino grigio gli pende sul davanti, ne esce una cartina della città. Gli occhi sono piccoli e scuri, i vestiti larghi e grigi, la voce acuta e lenta.
“Non suonare per favore” ripete.
“Perchè?! ” Chiede il piccolo.
“Perchè Gesù non suonava sui mezzi pubblici. Lo conosci Gesù?”"
“Io credo in Gesù” dice l’uomo. Comincia a suonare.
“Lo conosci sul serio Gesù?” insiste l’uomo grigio con l’uomo piccolo.
“So chi era”
“E perchè suoni? Lui non ci ha detto di suonare.Lui non ama che suoni.”
“Suono per vivere. Ho due bambini.”
“Ma Gesù ti ama, ama anche i tuoi bambini e non suonava la fisarmonica.”
“Forse. Ma io i bambini li ho e devono mangiare.Io ci mangio con questa”
“Tu lo sai che ovunque andrai la luce del signore veglierà su te? Ma tu devi aiutarla seguendo le sue regole.”
“E fallo sonà” interviene una donna, capelli corto, rosso, brutta tinta.
“NO, no…suonare va bene in certe occasioni. Ma non in questa, smetti di farlo. “
“Non, posso. Amo Gesù ma non posso”
“Ma lui ti ama di più”
“Bene.”
“Dovresti leggere qualcosa. Non sei una persona male.” L’uomo poi sorride e cerca qualcosa in una tasca dello zaino. Lascia sul palmo della mano del piccolo suonatore di fisarmonica alcune monete.
“Queste sono un regalo di Gesù che ti ama. ” dice l’uomo grigio all’uomo piccolo.
“Grazie Gesù” risponde l’uomo basso e si mette anche a cantare.
“Mi diresti tra quant’è per la stazione Tiburtina??” e intanto la metro rallenta.
“E’ questa” indica l’uomo. Con una mano si strofina la fronte sudata.
“Grazie, Alleluja, Che il Signore ti benedica.” dice l’uomo e scende.
Il piccolo uomo alto come un bambino, tira via da una tasca un bicchiere e fa il giro della metro. Due monete. Sorride e cambia vagone. Vada come vada. Almeno Gesù lo ama.
Ho dormito un pò al SunSplash, mi si sono spesso chiusi gli occhi. La tenda era comoda, la compagnia morbida, avevo bisogno di sognare. E mi è piaciuto. Mi è piaciuto di più il tenero affondare nel materassino gonfiabile che il passeggiare per le strade del Festival. Di musica, di Peace e di Love non ne trovavo molta. Trovavo invece in quantità disarmante braccialetti, collanine, magliette, dischi, vestiti, orecchini, strumenti da suonare, per fumare, per giocare, utensili dai diversi usi, cibo, alimenti, cose da mangiare, crepès, frullati, gelati, panini, salsiccia, carne, pizza, cornetti, bombe calde, pizzette, porchetta, furgoni color neon che sapevano di riviera romagnola, tende colorate che spandevano profumi, nutella, trabiccoli inventati per l’occasione, banchetti, bancali, cappuccini, ammenicoli di qualsiasi genere. In fondo un palco. La musica arrivava fino ad un pò poi ci si perdeva in sinfonie di leccornie e similari. Una sensazione di consuma e sta zitto! camuffata da amicizia universale da far venire voglia di piangere, un compra il panino!compra il panino! che si rimescolava con le frasi di solidarietà, di cooperazione, di desiderio di un mondo migliore. Una che si emoziona di niente e che aveva di questo posto l’immagine dei racconti altrui di tali smacchi ci può morire. Che se di un Festival musicale dei concerti, alcuni anche belli, ricordi solo il suono dei registratori di cassa allora c’è da farsi venire voglia di bestemmiare. Viene voglia di lasciare andare il sacro raccapriccio di Gesù nel tempio. Vien voglia di dimenticare un bel pò e tenersi invece i passati ricordi entusiasti. Voglia di salvare solo il camminare, il rumore della pioggia sulla tenda, il sapore dei sorrisi guardati, il rumore dell’acqua del fiume che scende cattivo e piega le ginocchia, il verde sempre verde e i piedi sempre neri.
Ci sono due modi di guardare le cose, ho letto una volta, come se fosse per la prima volta o come se fosse l’ultima. Mi riconosco sempre nel primo modo. I primi sguardi sono sempre pieni di meraviglia mentre gli ultimi traboccano di malinconia. Così ho camminato sola per le strade del festival e mi sono riempita gli occhi di quello che non mi apparteneva eppure mi riempiva di entusiasmo. I colori e la voglia di festa che c’era nel popolo che animava i campi, la voglia di essere ricordati che veniva fuori dai costumi carnevaleschi che mettevano su, dalle maschere bizzarre o dalle bandiere inventate. Un mare di non ti scordar di me che dondolava un pò per il vento un pò per il tasso alcolico. Perchè la grande paura è di essere dimenticati e allora vedersi tutti gli anni al Roskilde diventa la medicina contro ogni smemoratezza. Ancora per non dimenticare una pietra porta scritto “How Fragile We Are” in ricordo di quelli che al Roskilde ci erano venuti 9 anni fa e ci sono morti. Le persone ci passano con la noncuranza del caso, di notte ci si vede ragazzi far pipì. Magari sarebbe da indignarcisi ma poi alla fine forse è meglio così. Verso la fine a Roskilde sale quell’aria di dopo guerra, con la nebbia forte che cancella un poco i volti, tipica di una grande pioggia su una terra innaffiata di sole per giorni. I contorni si sfocano e i canti si diradano, l’ultimo giorno qualcuno piange nel bagno “Please, another week!! Please another week!” tornare alla vita normale a qualcuno pare inaccettabile, quasi crudele. Quando il camping si comincia a svuotare è pieno di scarpe in coppia o spaiate che si ritrovano abbandonate e senza padrone. A centinaia, in tutto il campo le vedi sole nel fango, in mezzo ai prati, nei bagni chimici, anche dentro i bagni chimici o in cima a montagne di spazzatura. E a fine settimana è proprio il pattume il vero protagonista della festa, secondo sola alla birra e di certo prima della musica. Mucchi di armamentari da tenda che non sono più utilizzabili o solo che non si ha la voglia di riportare indietro. Sedie rotte, magliette inservibili, biscotti, bottiglie di ogni colore e dimensione, cappelli, palloni sgonfi, parei,bracciali, occhiali da sole che si sono rotti o che solo sono caduti. Di tutto è ovunque. I volontari raccolgono pezzo per pezzo la storia di un’altra edizione, chissà quanti amori sono nati tra tenda e tenda. Un cartello porta scritto “Matthias non ho il tuo cognome, ci siamo conosciuti qui lo scorso anno, questo è tuo figlio!! Vediamoci al cancello 7 domenica” ( segue foto di bambino che ride). Io non lo so se Matthias c’è andato all’appuntamento e se quello è figlio suo o uno scherzo di gusto discutibile, ma non nego di aver sorriso, sembrava divertito anche il baby Roskilde. Buon rientro a tutti.


Quando arrivi in Danimarca ti chiedono tutti due cose. Se hai il ragazzo danese e se andrai a Roskilde. Se è concesso rispondere di “no” alla prima una negativa alla seconda marca male!! Si tratta quasi di una sorte di dazio da pagare per l’integrazione. Prima della lingua da imparare. Quindi metto nello zaino il giusto e vado. Sola. Andare sola ad un Festival dove tutti sono moltitudine. Sarà una buona idea? Ma non faccio in tempo a pensarlo che sono in mezzo alla calca.
Mercoledì 1° luglio 2008. Il treno per Roskilde pullula di zaini a facce da brufolo, sedie, materassini, stivali di gomma che spuntano orgogliosi e pronti alla pugna, che però quest’anno pare non ci dovrebbe essere. Parla danese, svedese e inglese il popolo del Roskilde e sono giovani e felici di esserlo. Bello! Da parte mia temo si capisca subito la differenza, il mio essere un poco “fuori target” ma penso ad altro e si arriva al festival. Io sono dentro l’ Area WEST. Praticamente la periferia del Festival. La musica inizia domani ma l’aria è già satura di odori e di voci. Quì il popolo del Roskilde ci sta già da domenica e io non capisco bene perchè ma poi lo capirò.
“E’ che solo qui ci si sente liberi” mi dice una ragazza danese carinissima con gli occhi chiari e il passo strambo un poco irreale “E’ l’unico posto dove ogni anno ci si ritrova con gli amici del Roskilde, magari quelli con cui sei cresciuta ma ora fanno altre cose. Il vero festival per noi è quello prima, stare al campo insieme, bere, rilassarsi, gridare anche. Cose che normalmente noi non facciamo, qui per una settimana si può.”
Io che sono sola, ospite da un gruppo di anziani del festival con la radio che urla Metallica tutta la notte, questa cosa del gruppo la capisco e non la capisco e un poco mi fa tenerezza. Ma subito mi metto a spiare i diversi campi e come interagiscono. Le casse di Tuborg fanno avanti e indietro dal punto vendita al campeggio, vanno piene e tornano vuote ma cariche di storielle che magari a saperne solo la metà. La comunità di raccoglitori di lattine abbonda e trovarne una vuota a terra è quasi difficile. Quasi. Perchè dopo qualche giorno dall’apertura del festival pare sul serio sia passata un mesata se si guarda il livello di monnezza per le vie. Però c’è da dire che sono tutti belli anche ubriachi gli abitanti di questa bizzarra città. Perchè questa è una città nella città e varcato il confine con il mondo normale non ti chiedono mai dove campeggi ma dove vivi. C’è il centro sfavillante dell’area concerti e le periferie, quelle vitali, quelle residenziali, quelle con il lago, quelle dove non si dorme mai, ma proprio mai. L’aria sa di attesa e anche di desiderio, che di solito a questa si accompagna. Le feste prima che il Festival inizi si fanno nei camping e si possono vedere le maree di facce andare dalla zona G alla H e dalla C alla B per tutta la notte, in cerca di un motivo per stare svegli ancora un poco. Se non fosse per il freddo che si alza dopo le 23.00 sarebbe una serata perfetta.
Giovedì si aprono i cancelli dell’area concerti, i ragazzi corrono veloci per acchiappare la mascotte che li porti in al primo concerto, poi a metà corsa vedono i fotografi e sorridono nell’obiettivo. Sono comunque figli dell’epoca dell’immagine. Vago un poco per gli stage e poi RadioHead. Come mi aspettavo mi piace di più ascoltarli nel silenzio della mia stanza, con quella loro rabbia poetica un poco costipata che si perde in uno spazio troppo grande come il main stage orange. Molti gruppi chiacchierano svogliatamente. La gente se ne sta ben spalmata su tutto lo spazio, si può persino passeggiare per cercare il proprio angolo migliore. Qualche accordo e graffio vocale smuove però qualche brivido elettrico per le braccia. Quando ripescano Fade Out, dalla memoria si alza un venticello carezzevole e la voce di Tom stona a dovere, fa quasi male. Insomma quello che uno si immagina sia il concerto dei Radiohead, tranne l’incontro con quello che tutto il tempo mi parla in danese ripetendomi che se cantano qualcosa da Ok Computer si mette a piangere e che vuole che io gli stia vicino. Così, quando iniziano le note di Paranoid Android, mi dileguo lesta. Le strade della notte dei festival sono di certo stuzzicanti di immagini e colori. Una per tutte il giovane con la maglietta verde e gli occhi chiusi che ha pantaloni e mutande scesi ai piedi. Si è addormentato con la testa alla parete e se ne sta immobile, dritto, con una smorfia leggera al viso mentre chi passa ride e viene in mente una specie di San Sebastiano dei nostri tempi. Io penso che alla fine è bello pure lui. E pure le ragazze che fanno pipì a coppie alla luce dei lampioni, assumendo posizioni bizzarre spesso imbarazzanti. Ritrovo una bella faccia da furetto per le strade del festival e ci passo la serata, poi il freddo vince e torno in tenda. Le note dei Metallica mi accolgono sempre. Nella vita ci vogliono certezze.
Venerdì. E’ giorno che lavoro. Il sole fa venire coraggio per dire “Estate” senza arrossire. Il bagno si fa al lago. Pochi secondi per decidere che si è puliti e rinfrescati, con una temperatura che non saprei quanto, ma è bassa. i Kings of Lion mi annoiano, la faccia seria un poco Malkovich del cantante Caleb, con quell’espressione di chi ci sta un poco per caso non mi avvince, dopo qualche canzone noto che non capto le differenze tra i brani e me ne vado. Invece un tripudio di emozioni me le danno gli scozzesi Mogwai che non è la prima volta che in barba al mio acufene mi fanno sentire qualcosa con le loro distorsioni e i loro rumori musicali che dal vivo perdono la pulizia che ne vien fatta in studio e ti si ficcano direttamente sotto pelle come dovrebbe. Quando alla mia compagna di concerto dico “Questa è la mia preferita” sulle note di Friend of the Night quasi mi meraviglio. Peccato per la scelta di uno spazio dispersivo, ma bello bello bello. Di certo la miglior frase di chiusura di un concerto “Grazie e godetevi il fine settimana al festival” detto con un tono monotono che dopo tante vibrazioni viene fuori per contrasto e acquista in simpatia. Della serie, “Manco mia nonna!” Poi la calca per le Cocorosie, che con la presunzione che le rende simpatiche sono convinte di fare teatro e musica insieme e invece combinano un bel pastrocchio fluo che dopo un poco stanca, ma non troppo vista la calca. Che poi mi dico, se vi piacciono tanto solo i pezzi vagamente hiphop che c’andate a fare al concerto di una che sempre cantante lirica era, seppure mò si prende un poco in giro? Delusione e me ne voglio andare tocca invece ai Grinderman di Nick Cave, che per infilarsi faccia e camicia brillante in questo progetto doveva averne proprio abbastanza di melanconica musica. Lui si vorrà pure divertire ma a me oltre al suo animalesco starci bene su un palco, non basta e mi viene solo da pensare che lo vedrei bene in un film dei fratelli Cohen sul West insieme con Buscemi. Venerdì ci sono poi gli Streets ma anche qui poco da dire. Invece nella loro classicità, bella la performance dei Motorpsycho. Bello quando si fa musica e non si parla molto. Lascio il mio amico in visibilio e finalmente soddisfatto e me ne vado quando le note sono agli sgoccioli. Poteva andare meglio questa seconda giornata di concerti, poco rimane veramente in testa. Quindi parlo dei colori belli del cielo che alle 4 è giorno e le immagini che ti restano in mente sono la colonna sonora migliore del Festival, peccato che sia intraducibile.
Sabato. Io lavoro e tutto quello che dico è solo da dove vengo e perchè sono qui, al massimo se è la prima volta o no. Alla fine mi sembra di stare ad una dogana e non in un posto dove si fanno sandwich. Il resto è danese puro, io ormai faccio si con la testa e invento traduzioni che persino ci azzeccano. A volte. Il sonno mi porta grandi sbadigli e grande fame. Lo sbadiglio si sa è contagioso e sbadigliando nascono le migliori conversazioni del giorno. La musica mi porta a sentire la voce mascolina di Queen Ifrica fino a svenire addormentata con Joan as Police Woman che è piacevole quanto minuscola vista da lontano, ma anche un poco concilia. Sarà stato il lavoro. Ma nella sleeping area del palco Odeon oltre me e il mio amico a condividere lo stesso pareo/materasso, siamo almeno in trenta a riprendere un poco di forze per la serata. Per diventare un poco aggressiva in preparazione ad una notte di danze provo un poco a farmi heavy metal borchiata d’annata o dannata con i Judas Priest ma proprio non ci riesco però! Quindi me ne vado seduta e contemplativa a sentire i Notwist, sperando in una nuova emozione tutta tonda. Mi metto comoda, allungo i piedi e aspetto. Niente, provo delusione anche con loro. Quindi mi affido all’energia antitempo di Neil Young che sarà colpa del nome ma pare un ragazzino, nonostante il sudore che gocciola a profusione. Bella Neil! Mentre il popolo del Festival tutto intorno a me pare molto messo peggio di lui. Uno di quei concerto che t i può piacere o meno ma puoi solo provare rispetto per la forza che spunta da ogni pezzo. Poi. La svolta carica batterie me la regala invece l’Austria con i Dunkelbunt così mi ritrovo a ballare con la mia amica allegra che ogni tanto mi stampa un bacio sulla guancia e io penso che bello a volta stare con qualcuno. Così come un pensiero facile che invece lo è un poco meno. Ormai pronte, con una notte mite e la spavalderia giusta per finire in prima fila, si arriva finalmente all’1.00 e tutto è pronto per i Chemical Brothers. Loro sono lo spettacolo che uno non si deve perdere. Un concerto che la prima volta ti elettrizza e ti fa ballare dalle prime note di Galvanize, che all”inizio non piaceva a nessuno stà canzone!! fino al loro finale messaggio d’amore che fa sorridere. Il concerto è musica e luci e laser e facce sperdute nella psicadelia. I needed to Believe in Something. Insomma, tutto quello che uno chiede ad un sabato sera. Anche se poi non si è mai soddisfatti e allora di balla con i Fanfara Tirana e quando ci si sente soddisfatti abbastanza si cerca qualcosa di dolce da addentare e si passeggia per i campeggi al mattino.
Domenica. Come una che non ha un obiettivo mi metto a camminare per l’area concerti,ora o mai più che la sera lavorerò. Mi imbatto in tutto e complice la bellezza di quattro ore di sonno senza Metallica in sottofondo, mi sembra che potrei riconciare l’abbuffata musicale da festival anche subito. Anzi subito dopo una colazione seduta nell’area Orange, la centrale, con un brownie dal peso specifico imbarazzante e un caffè lungo che più lungo non si può. Eppure tutto sembra perfetto. Prima The Campbell Brothers e mi quieto il cuore e gli occhi nelle atmosfere lente e raccolte, mentre mi diverto a spiare la perfetta coppia di fidanzatini danesi. Lui occhiali disegnati sul naso, pantaloni verdi al ginocchio e camicia chiara, lei gambe magre, occhi piccoli e sobrietà a colazione, che si indicano a vicenda i personaggi curiosi e reciprocamente si approvano sorridendo per 1 secondo per poi tornare mano nella mano nella loro serietà. Mi butto quindi nel coatto andante dei francesi DsL, appesantiti ometti tutte mossette e grossolani passaggi che però fanno un sacco di simpatia. Ballonzolo un poco finchè non stoppano malamente una canzone per dire che possiamo andare, arrivederci e grazie! quindi bevo qualcosa, tolgo una maglietta, spero non piova e finisco al concerti dei Babylove & the Van Dangos e mi innamoro. Della musica, reggae e ska che fa buono e della capacità del cantante di dare un tono al tutto, di coinvolgere un popolo da festival ormai provato, intento a pensare alla tenda da smontare e alla nuova settimana dietro l’angolo. Mi metto in mezzog e ballo, contenta per un poco e allegra di starci. Quando finiscono mi resta un tuffo nel mio passato punk rock con gli AntiFlag e qualche, ormai insopportabile alle mie orecchie e al cuore bisognosi d’armonia, pezzo degli Slayer. Già!! Perchè in un festival così grande si passa dall’acqua santa al diavolo in meno che non si dica, basta camminare pochi metri e a ben guardare fa quasi paura! Poi per me il Festival è finito. Mi aspettano le ultime 8 ore di lavoro e godermi dal coperto il cielo che lascia andare pioggia sul popolo del festival che, a dirla tutta, quasi gli dispiaceva di andare via asciutto.
Ho sentito un nome chiudendo la porta, solo dopo ho pensato che ero morta, lo dico ora solo per la rima o perché mi serviva, fare finta che era un gioco, piangere anche per così poco, senza mettere i punti sulle cose per vedere se arrivo alla fine ancora con il fiato per urlarti che anche oggi sono stata triste per tutti minuti che ho pensato a quello che non dovevo neppure immaginare, invece lo vissi, usando lo spray per disegnarmelo meglio sulle pareti di questa casa che ci vivo senza averne il potere, quasi per caso, allora dopo esco e mi sento
meglio quando sono fuori, fuori dalla casa e dalle pareti disegnate, fuori dall’ordine delle cose, fuori dal sonno o dalla rabbia, allora sto meglio, quando cammino con qualcosa in bocca da cantare per far passare il tempo, per far passare il momento, quello che spennella di grigio la faccia e le mani, quello da far passare, che non da tempo di avere altro tempo, come un sasso che ferma la tovaglia che sventola al vento, quando però il vento vorrebbe solo farla volare, mentre il sasso la rende immobile come un noioso vestito della festa che oltre la sua bellezza non ha nulla, non brilla, non sfavilla, non gozzoviglia, non come la luce dei fari sulla strada che quando vengono alle spalle e sbattono sulla facciata di quel palazzo mi tornano negli occhi come un fulgido mattino e invece sono solo lucciole, come quelle che si appendono alle bici e viste insieme pare un campo in estate anche adesso che la chiamiamo estate ma non è che un avanzo di inverno spolverato di pollini, lontano iniziamo qualcosa che io non saprei finire, per abitudine ai nomi inventiamo storie che giustifichino le mancanze, ma non si possono dimenticare le facce anche volendo per lungo tempo non si possono dimenticare le facce e i colori e come rimbombano certe parole nel vuoto dei magazzini vuoti, con dentro qualcuno che solo ci va per fumare, quasi tardi e precisamente rientro in casa cantando francese, pensando agli occhiali enormi di Jennifer Cavalleri e a quel modo di ridere con gli occhi che ora vorrei non avessi, che ora vorrei aiutarti a non avere più, cavandoteli.
Una capita che sta sta e alla fine tanto stette che parte.
Prima di poco, cambia quartiere, poi ancora città e poi lentamente si allontana. Come un bambino che impara a camminare e si prova sulle distanze. Più impara che non cade più continua a camminare. Meglio, quando cade vede che non è la fine del mondo e continua a camminare lo stesso. Ecco. Con le ginocchia sbucciate ancora rosse, già penso la prossima acrobazia.
E se partire è un poco morire, restare è morire di più. Ogni tanto.
Quindi sorrido allo zaino, oggi un festival, domani vacanza, dopodomani lavoro e comunque è sempre vita che scorre. Così capita che si cambia spostamento dopo spostamento e ogni 3 mesi siamo già tanto diversi da ripresentarci allo specchio.
Imparare a fare le valigie, questo si dovrebbe fare nelle scuole. Invece di insegnare a stare dovrebbero imbastirci corsi di andare. Che poi il sedere sulla sedia avrà tutto un nuovo peso e piacere.
Oggi inizia un nuovo mese. Io ho le mani unte del pranzo e le idee confuse sulla cena. Non è una metafora per una volta. Non ho neppure la voglia di scrivere.
Intanto. Se la testa si sposta, il corpo per ora si accontenta. La Danimarzia è mezza in primavera. Venuto è il tempo delle prove di appartenenza, gli indigeni dicono che bisogna partire in questi giorni e che per sentirsi sul serio in Scandinavia bisogna partire ma di poco e portarsi tenda e stivali di Gomma. Sono pronta !! Up va al Festival di Roskilde .
E’ una giornata iniziata male con il vento, il lavoro, le lamentele degli altri. Poi una specie di magia semplice e capita qualcosa di buono. Una di quelle cose buone che non ci si crede e invece fanno pensare che alla fine davvero la vita è una cosa meravigliosa e non sta bene chi la pensa diversamente. Tanta è l’energia che le da questo pensiero che pure decide di non prendere la bici, anche se non sa la festa dove si trovi il formicolio di una buona notizia le smuove la voglia di camminare, un passo dopo l’altro fino alla fine. Esce che è magari persino tardi. La musica nelle orecchie e la mappa in borsa, troppi colori per decidere di averlo fatto apposta. Lei si guarda intorno con il piacere di vedere le cose per la prima volta. Cerca nelle facce il suo stesso buon umore,anche se per poco. Al secondo incrocio dall’altra parte della strada un cane marrone e massiccio fa per attraversare, il padrone lo segue sullo skateboard. Il cane è alto e slanciato, un meticcio robusto e dal muso buono. Lei lo guarda con la voglia di strofinargli la testa anche se sa che non sarebbe il caso. Il padrone scivola via sul lato opposto della strada. Un ragazzo alto con una felpa abbondante e senape che segue il suo animale da lontano. “Io non riuscirei a stargli così a distanza” pensa lei. E continua ad andare avanti. Vede ragazzi che mangiano pizza al suono della partita di turno, una coppia grassoccia tenersi per mano, qualche bottiglia sulla panchina, una ragazza biondissima vestita di nero assoluto stare seduta gambe incrociate in mezzo alla piazza a Sankt Hans Torv. Cammina svelta, chiedendosi ogni tanto se non stia sbagliando strada. Costeggia il primo lago e guarda i cigni, le anatre, quell’animaletto che le piace tanto ma non sa come si chiami, arriva alla fine del lago e attraversa. Sta per cominciare a costeggiare il secondo lago quando sente la voce. In danese.
“Mi dici come hai fatto?” dice in danese.
“What? Can u repeat in english. Sorry”
“Mi dici come hai fatto?” ripete, stavolta in inglese.” Eri a Norrebrø poco fa. Sei stata più veloce di me.”
E allora le si guarda intorno e lo vede. E’ bellissimo. Lo decide subito.
Riconosce il colore senape della felpa, il cappuccio largo che, prima, gli copriva quasi il viso e l’altezza. Certo, riconosce anche il cane che le si avvicina sereno e con occhi lucidi, da buono. Ora che è vicina abbastanza lo trova delizioso. Si imbarazza a rispondere, goffamente alza i piedi e indica la suola consunta delle scarpe.
“Con questi!” sorride e lo guarda, lo memorizza. ” Tu hai le ruote” continua indicando lo skate ” ma io sono più veloce” e lui risponde al sorriso.
“Non è la prima volta che ci incontriamo, ti avevo vista prima” confessa. E lei ” Anche io” e carezza il cane.
Lei è terrorizzata, sente che sta per finire la forza della prima fase e deve prolungare in qualche modo la conversazione. Allora infila nervosa la mano in borsa e gli dice ” Mi sai indicare dov’è una strada?”
Gli si avvicina con la cartina e lui indica e parla di strade più corte, più lunghe mentre lei gli guarda la pelle del viso rigata intorno agli occhi dal vento, dal sole e dal tempo che ha fatto capitare la vita. Gli guarda gli occhi chiari e le mani grandi. La bocca gentile e il collo lungo. Le viene voglia di dargli un bacio sul collo. Esattamente dove il collo diventa mento. Quando lui si stupirebbe gli direbbe la verità ” E’ una giornata buona e un bacio ci sta bene”. Ma non lo bacia. Sente solo che gli chiede ” Se fai la strada lungo il lago è più lunga ma cammini lungo questo bellissimo viale, l’altra strada è meno bella ma più veloce. Che dici?”
Lei vorrebbe dire ” Se faccio quella lunga vieni con me?” oppure ” E se invece vengo con te?” o anche ” Non conosco nessuno alla festa, mi accompagni?” e persino ” Ma se invece mi insegni ad andare sullo skateboard?”. Si sente le parole che cercano il coraggio di fare qualcosa. Lui direbbe di sì. Pensa. Ma non dice niente di buono, dice solo ” Oggi sono felice, faccio la strada bellissima!” senza dirglielo che, se adesso lui va via, diventa meno bellissima. Non ce la fa ad essere sincera sul serio come vorrebbe e lui non dice niente, accetta il suo timido far finta di niente. Allora lei saluta e si allontana. Lui saluta e si allontana. Prima di dire ciao lo guarda e si maledice ma inizia a camminare lungo il lago. Poi si gira e lo richiama ” Mi ha fatto piacere incontrarti” e lui, che ancora non aveva fatto un passo sorride ” Anche per me” ma non fanno niente per salvarsi dal perdersi. Lei cammina di spalle, pure felice solo di averlo intravisto per qualche secondo in una giornata buona e lui aspetta un poco e poi sale di nuovo sulle skate. Lei segue il rumore che fanno le ruote sull’asfalto. Divisa tra un “sono un idiota” ed un ” chebellochebellochebello”. Ride allora come se fosse presa da ebetismo fulminante. Alla festa si diverte poco, cerca di raccontare il suo entusiasmo ma non riesce, riesce solo a farsi ripetere che magari un numero di telefono avrebbe aiutato. Come se non lo sapesse. Come se non lo sapesse. Ma prova ad addolcire il male con le leggi del caso, con il buon senso, con la birra. Niente. Quando torna a casa il passo è più lento. Tutto le sempre scivolare diversamente. Ammira le macchie bianche nel lago dei cigni con la testa infilata nell’acqua, si commuove per un uomo sulla panchina che guarda fisso davanti a se, sorride di un altro che sente la radiocronaca degli europei da una radiolina minuscola. Nel punto dove lo ha conosciuto e perso si guarda due volte in ogni direzione e si inventa il dove starà adesso ” giù per questa strada, in una stanza in tinta con il senape della felpa, con il cane ai suoi piedi”. La piazza è stranamente vuota, il vento sputa l’acqua a casaccio, la bionda non c’è più. La pizzeria è chiusa e nessuno ci mangia più. Lei canta a voce quasi alta voce una canzone che parla di cose che vanno per il verso sbagliato. Immagina il prossimo incontro. Nei minimi particolari e con dialoghi bellissimi. Le parole che non ti diranno mai sono sempre perfette e profumate e accoglienti come quella mano che gli indicava la strada sulla cartina. ” Come sarebbe bello se….” e a forza di inventarsi SE tanto lontani da sembrarle esotici, le viene come un tremolio leggero che si convince subito essere stanchezza. Non è neanche troppo fredda questa notte che l’accompagna a casa, forse ha esagerato con le sciarpe.
Io sul mobile di cucina, a destra e sinistra del lavandino, insaccati in vasi arrangiati, appiccicati al vetro come labbra di fidanzati della prima ora, ospito una famiglia di Girasoli. Vivono con me che non è neanche un mese ma sono padroni di casa più delle mie scarpe e delle mie incertezze. Hanno una storia più lunga della mia loro, sono creature che vengono dalle Americhe, imbarcate con pomodori e patate. Coltivati già da 1000 anni prima che Gesù bambino piangesse la prima lacrima, onorati come un dio dagli Incas, immagine in terra del sole in cielo. Qui in Europa, il Girasole ci è arrivato prima riprodotto in oro e poi in semi da mangiare o piantare o forse solo per colpa e memoria di Clizia, fanciulla greca innamorata di Apollo che perdeva tempo e giovinezza a guardare il carro del dio sole fare su e giù tra notte e giorno. Finchè per semplificarle la vita non fu trasformata in helianto, girasole, appunto. Girasole è nome che risuona. Piace l’idea di chi cerca sempre il lato caldo della vita mentre fa strano il titolo di un film di due anni fa La noches de los girasoles (2006) che un noir al sapore di girasole non convince da subito. I Girasoli li si può anche ritrovare in cucina, nascosti in qualche stramba ricetta e più prosaicamente è sempre bello vederne uno che fa capocella da un mazzo di fiori, spavaldo tra austere rose. E io, matrigna ingrigita, li ho fatti nascere in Danimarca, paese che passa di gran lunga più tempo a sognarlo il sole che a viverlo. Ho come scusante che i miei Girasoli sono arrivati a casa per gioco. Che non può essere niente di tanto diverso dal gioco, seminare in vaso i semi trovati in un pub. Liberarli dal cartone alla terra, come se non fosse niente. Ma dopo la gioia di vederli spuntare, verdi verdi, dritti dritti, svelti nel voler crescere ci sono le responsabilità!!! E sì, cara mia, dopo il piacere della vita che sorge c’è la fatica che accompagna la consapevolezza della scelta. Io mi sono sporcata le mani di terra, ho comprato vasi, ho decorato la loro casa di allegre cartoline, ci ho parlato la mattina appena sveglia, la sera prima del sonno, il pomeriggio prima di uscire di nuovo. Me li sono guardati ogni giorno più alti e lunghi e sottili che pare che non si reggano e invece ce la fanno. Li ho contati e poi ho dimenticato il loro numero. Li ho chiamati per nome e poi ho cambiato i nomi. Sono stati la mia scommessa. E ancora non so se la vincerò. Perchè ogni tanto sento il loro rammarico. Che il sole che li ha accolti il primo giorno ora non pare ricordare l’indirizzo della mia cucina e loro si fanno agitati, irritabili come adolescenti ormosensibili durante una partita di calcio, depressi e rabbiosi insieme. Ieri mattina non hanno neppure risposto al mio saluto. Li capisco! La mancanza di sole li rende fragili, introspettivi, qualcuno ingiallisce e nessuno si fa forte abbastanza da avere fiore oltre che stelo. Ma io li guardo ammirata lo stesso e gli faccio tutti i complimenti che nessuno mi ha mai fatto da bambina, che magari li incoraggi e rinforzi. Poi ammetto che mi sono simpatici anche così, con quella loro espressione amareggiata ma non abbattuta di chi aspettando il sole si è ritrovato con in mano un ombrello. E profondamente comprendendoli, con loro mi coltivo.
Portami il girasole ch’io lo trapianti
Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
é dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
La Danimarca è un paese che piove. Piove talmente spesso che è normale che alla fine diventa un fatto come se non piovesse. Cioè. Piove nell’oasi deserta tutti dicono “MaddddaiiI!”, piove in Danimarca tutti non dicono un bel niente. E’ normale. Ti vengo mica a dire che capita mi lavi le mani! Quando in Danimarca piove non succede niente che non capiti anche quando non piove. Solo non si prende il sole e i parchi sono vuoti. Può capitare che un giorno che non piove sembra che comunque lo voglia fare al più presto e una faccia finta che già piova e resti in casa. Per anticiparsi. Magari in realtà una ha anche qualcosa da fare. Per esempio una torta all’ultimo momento per una cena, per esempio. Poi esce il sole e la voglia di fare la torta passa. Ma la torta ormai è lì e ti chiede di essere finita. La Danimarca è un paese che quando non piove ma si ha cominciato a fare una torta, la si deve finire. Quindi si prende quello che si trova in casa e si impastrocchia.
Ricetta delle Torta di Patate ai 4 Formaggi
Pasta sfoglia pronta di già
Patate lessate un pò
Panna di avena quella che è rimasta nella scatolina
Feta a dadini una manciatina
Grana Padano un’anticchia
Latte un fondo di bicchiere
Créme Fraìche ( che siamo sempre in Danimarca)
Estragone a palettate
Sale e Pepe q.b.
Si ammischia il tutto e si aspetta il miracolo. Che non capita. Un pò si brucia, un poco non si cuoce, un pò è troppo liquido. La colpa non è mia. Perchè quando poi uno fa le cose in Danimarca, può sempre dare la colpa all’aria che è umida o al forno che è troppo buono e uno era abituato con quelli che non si poteva scegliere niente. Non solo in questo paese, ma in Danimarca viene meglio. Specie la parte del forno. Mentre si cerca di salvare il salvabile in Danimarca il cielo può ingrigire, togliendo la voglia di uscire con la torta mal cotta per cena. Inoltre può capitare di trovarsi su Skype a parlare di torte ai 4 formaggi. Qualcuno, allora, tirerà fuori il Bagoss. Quando qualcuno tira fuori il Bagoss la giornata prende sempre una nuova piega. Sarà per il giallo che viene in mente, che invece mettiamo che uno ha pure piantato i girasoli quelli si sono fatti introversi e in questo paese non vogliono proprio fiorire. Sarà per l’idea di quei 4000 abitanti di Bagolino uno incastrato nell’altro come un tutt’uno stretto intorno al dovere del formaggio. Sarà per il giallo insieme con i 4000 abitanti che viene fantasia che questo Bagoss sia un qualcosa di davvero speciale che sarebbe il caso di averne un poco in una tasca, anche solo per sniffare l’effetto che fa. Che poi, per chi non si informa dopo, il giallo, al Bagoss, glielo da lo zafferano. Che è sempre una cosa buona a sapersi. Metti che uno non abiti in Danimarca, quindi pioggia poca e se ne va al mare con il cruciverba che chiede di quel formaggio di Bagolino, cosa glielo da il colore giallo? Non sono particolari che nella vita si possono lasciar scivolare via. Anche questa è poesia. La torta di patata e formaggi che dopo il fuoco uno mette nel frigo sperando rapprenda, meno.
